ELEONORA PINI

Architetto

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La conservazione e la valorizzazione di un organismo allo stato di rudere. L’esempio di Poggio Santa Cecilia

 

La conservazione e la valorizzazione di un organismo allo stato di rudere. L’esempio di Poggio Santa Cecilia a Rapolano Terme (SI)” – in RESTAURO ARCHEOLOGICO, n. 2– Firenze, Alinea Editrice - 2005

Il problema della conservazione e della manutenzione dei manufatti allo stato di rudere assume un interesse più articolato e significativo nel caso in cui riguardi interi complessi di fabbricati. Il borgo di Poggio Santa Cecilia, nei pressi di Rapolano Terme (SI), costituisce un’ eloquente ed affascinante testimonianza di quello che potremmo definire un “organismo”, un intero “sistema“ allo stato di rudere.

Situato in una zona di confine tra Chianti, Valdichiana e Crete, si colloca in una posizione dominante sulla sommità di una collina di forma ovale. Nato come nucleo fortificato, con origini documentate già dal 1197, si trasforma nel corso dei secoli in un borgo dalla vocazione agricolo artigiana, totalmente autosufficiente e tra i più importanti della zona. Ulteriori modifiche vengono apportate nel XIX secolo ad opera della famiglia Buoninsegni, proprietaria di tutto il complesso, con l’ampliamento dell’edificio principale, la villa, e la realizzazione del parco romantico che cinge la collina, anch’esso in totale stato di abbandono.

L’impianto originario, dettato da esigenze di carattere difensivo e di ordine pratico, testimonia la natura eminentemente militare del borgo, un tempo potente ed ambito castello di confine, situato alla confluenza dei territori di Siena, Firenze ed Arezzo. Motivi di carattere funzionale hanno imposto un’organizzazione interna semplice, che permettesse di raggiungere facilmente le mura e le torri, e di organizzare efficacemente la difesa. La viabilità si sviluppa lungo tre strade parallele tra loro ed all’asse maggiore dell’ovale delle mura. La via centrale, su cui si affacciano le botteghe artigiane, conduce alla chiesa di San Pietro ed al complesso della Curia; lungo le vie secondarie si collocano le abitazioni, assieme a granai, cantine, magazzini, spazi aperti.

Le mura in pietra calcarea, a tratti originali, cingono tutto il borgo. All’ingresso si trova la porta di accesso, recante lo stemma di famiglia e l’iscrizione Castello di Poggio Santa Cecilia. Nei pressi, il tratto esterno delle mura reca le tracce evidenti di un antiporto ancora esistente nelle carte del Catasto Leopoldino (1820 ca.); testimonianze circa l’esistenza dell’antiporto emergono anche dall’analisi delle fonti d’archivio.

La storia della costruzione delle mura, letta attraverso i documenti conservati presso l’Archivio di Stato di Siena, è piuttosto complessa, e testimonia le vicissitudini di un castello di frontiera, sottoposto a ripetute distruzioni e ricostruzioni. Acuitesi nel 1260 in seguito alla battaglia di Montaperti le discordie tra Siena e Firenze, i Senesi ritennero opportuno fortificare il castello, per meglio difendere le terre circostanti; quando però, venticinque anni dopo, il borgo divenne la base di una ribellione nei confronti del potere ghibellino, furono i Senesi stessi che rasero al suolo le mura, perchè in futuro non potesse costituire più un focolaio di analoghe ribellioni. Intorno alla metà del XIV secolo, su pressante richiesta degli abitanti, esposti in questo caso alle aggressioni degli Aretini, Siena deliberò di riedificare le mura del castello; la costruzione si protrasse per oltre dieci anni, come testimoniano i numerosi documenti conservati all’Archivio. Di fatto, la costruzione e la manutenzione della cinta muraria dovette essere un’esigenza piuttosto sentita ed un’incombenza impegnativa per gli abitanti. Richieste alla Repubblica di Siena di manodopera, contributi economici e di materiale si susseguono come una costante fino alla metà del XVI secolo, accentuandosi nei periodi di guerra, ma mai venendo meno. Ulteriori notizie riguardo allo stato delle mura ci vengono offerte dall’auditore granducale Bartolomeo Gherardini. Nella sua Relazione, redatta nel 1676 in occasione della sua visita nello Stato Senese, per conto di Cosimo III di Toscana, egli descrive il Poggio circondato da mura “ridotte ad uso di giardino”.

Significativa testimonianza militare è la torre, innestata sul lato nord orientale della cinta muraria, che conserva ancora parzialmente il coronamento merlato. Trasformata nei secoli in fornace, come testimoniato dall’analisi delle fonti archivistiche e dall’aspetto attuale, versa in uno stato di conservazione assai precario. La copertura lignea è crollata; la vegetazione rigogliosa ha ormai invaso buona parte dell’esterno ed è penetrata anche all’interno della struttura muraria.

Del resto l’intero quadro conservativo delle mura è preoccupante. Soprattutto nella zona nord est, quella meno fruibile e visibile, presentano problemi di spanciamento, dovuti alla mancanza di drenaggio e quindi alla pressione dell’acqua; allo stato attuale difatti la cinta muraria funge a tratti da mura di sostegno del piano di calpestio del borgo, rialzato di un paio di metri. In alcuni tratti sono ormai crollate. A ciò si aggiunge la presenza di vegetazione infestante, che se talvolta conferisce alle mura un aspetto romantico di sapore ruskiniano (la zona esterna delle mura nei pressi della torre è invasa dall’edera), talaltra, penetrando all’interno della struttura, ne riduce le capacità resistenti.

Il problema che si pone è pertanto il restauro conservativo, la manutenzione e la valorizzazione di un complesso vasto ma incredibilmente omogeneo, che consta del borgo, del giro delle mura, della villa e del parco; tutto intorno si trovano inoltre numerosi poderi, a vari stadi di abbandono e “ruderizzazione”, che un tempo gravitavano attorno al borgo e completavano la proprietà.

Situazioni come quella di Poggio Santa Cecilia, che non sono infrequenti, in special modo nella Toscana meridionale, pongono la delicata questione della gestione di tali complessi, una volta che si è proceduto al loro restauro. A differenza infatti dei siti archeologici, la cui fruizione è eminentemente didattico – turistica; delle chiese per cui è improponibile un cambio di destinazione; dei fabbricati singoli, per cui la strada del cambiamento di funzione è praticabile, e spesso riuscita; casi come questo pongono il problema della destinazione, che di fatto gioca un ruolo determinante (penso al reperimento dei finanziamenti, ad esempio), essendo improponibile presentarlo come “museo di sé stesso”. E’ evidente come risulti imprescindibile, ai fini di una costante ed efficace manutenzione, dotare, o meglio, ri-dotare di un contenuto tali complessi, assegnando loro nuove destinazioni o recuperando, quando possibile, le originarie. Ed è altrettanto palese come tale contenuto debba risultare in equilibrio tra le esigenze di compatibilità e di rispetto nei confronti del costruito storico, e le nuove esigenze e funzioni, che costituiscono il motore senza le quali è improbabile che mai si intraprenda alcun intervento di restauro. Occorre inoltre tener presente che complessi come questo sono intrinsecamente “vulnerabili”; troppo spesso entrano in gioco istanze che deviano dal solo interesse conservativo, che rischia di passare in secondo piano nei confronti di aspetti economici, di investimento e di gestione.

Giova a tale proposito sottolineare come non sia presente alcun tipo di vincolo sul Poggio, fatta eccezione per i beni della Curia e per la torre della cinta muraria (vincolati ai sensi della L. 1089/39, art. 4). L’Archivio della Sovrintendenza di Siena contiene soltanto schede inventariali che identificano oggetti o emergenze architettoniche ritenute di pregio.

 

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